di Alessandro Riccini Ricci
Ho letto l’articolo del Sindaco Valentino Valentini “L’Umbria è complessa, non si governa in pochi”. Vengono poste varie questioni che mi sembrano interessanti. Vorrei contribuire con alcune riflessioni allo sviluppo del dibattito. La politica a cui assistiamo oggi è una politica di piccolo cabotaggio, tutta volta all’amministrazione dell’esistente in una prospettiva di breve periodo (al massimo la legislatura) e spesso legata alle ambizioni del singolo amministratore. Stento a vedere o a capire un progetto politico di ampio respiro. La nascita del PD invece che indirizzare verso nuove prospettive il dibattito politico e la progettualità, ha prodotto un vuoto che ha frammentato l’azione politica riducendola alla politica del singolo. In base alle esigenze del singolo e in base alle ambizioni del singolo. O di gruppi di potere o di pressioni fini a se stessi (voglio dire non volti all’affermazione di un’ideologia o di una certa parte politica). A livello nazionale ad esempio il PD non è in grado di esprimere, nemmeno sulle questioni etiche e morali (vedi il caso di Eluana Englaro), una posizione, costringendosi al non voto in talune occasioni. Mi domando quale possa essere la credibilità di un partito che vorrebbe governare un paese e che non è in grado di esprimere una posizione sulla grandi questioni della vita di ognuno di noi o di esprimere una posizione etica, quale essa sia. A livello locale (ma anche a livello nazionale) la conseguenza è che non esistendo una linea, non esistendo un progetto politico chiaro e condiviso si preferisce evitare il dibattito. Il dibattito, il confronto aperto, comporta il dover prendere posizioni, dare delle risposte, magari contraddire, fare delle scelte. Che in questo momento non si possono fare o non si sanno fare. Questa empasse determina un’idea secondo cui la nostra regione e le nostre città si governino contando sull’inconsistenza politica dell’opposizione e sul voto tradizionale, sul voto “affettivo” (davvero poco incline al cambiamento) degli elettori umbri. Questa situazione, sinora bloccata, determina solo dibattiti interni e di vertice. Dibattiti spesso autoreferenziali. Il confronto mette in evidenza le contraddizioni. Pare che sia bene non metterle in luce. È bene lavorare nell’ombra, evitare di scoprirsi. Non esporsi al confronto sembra la regola. Più si è deboli di idee e di progettazione politica più ci si stringe a difesa del fortino. Tanto più si è in crisi di idee tanto più si diventa impermeabili alla società che vive intorno. E più si procede in questa direzione e più la società, gli elettori insomma, tendono ad allontanarsi dalla partecipazione politica, dai partiti, preferendo il ripiegarsi su se stessi.
Ora mi domando se questo modo di procedere, questo non voler guardare in faccia la realtà non sia la strada che porta dritta dritta ad una sconfitta elettorale. Questo nuovo PD non ha delle radici nuove e quelle vecchie le ha recise. Credo necessaria dunque anzitutto nella politica odierna in regione, una discontinuità. Discontinuità di uomini e discontinuità soprattutto nelle pratiche. Condivido l’idea di non aprire un dibattito generazionale, ho anche io 36 anni come il sindaco di Montefalco, ma non ho mai pensato a me in termini di giovane neanche quando avevo 18 anni. Non rivendico spazio per i cosiddetti giovani. Mi sento solo un portatore di idee, di esperienza, di progettualità. Non sono un sostenitore della società civile prestata alla politica, perchè fare politica è una cosa seria. Ma certo è importante che chi fa politica non viva solo dentro il palazzo della politica. È per questo che è così evidentemente inutile creare nuovi partiti se le “teste” che lo guidano sono le stesse che sono uscite dal PCI, provando a creare il PDS, provando poi a creare i DS per arrivare al PD. Ma se la leadership è sempre la stessa e se si continua a perdere non solo elettoralmente, ma anche culturalmente, non verrà in mente a nessuno che la prima operazione è il cambio dei vertici? Evidentemente inadeguati.
Credo che oggi esista una battaglia innanzitutto culturale da fare. Credo che esista un terreno connettivo da riattivare o da costruire su delle basi nuove con delle regole nuove con dei patti nuovi. A livello nazionale, internazionale, ma anche a livello locale. Sono abbastanza convinto che non sia semplicemente necessario essere “nuovi” o avere nuove idee, ma che contino di più la chiarezza e la coerenza e la capacità di mettere in pratica i propri progetti. La chiarezza non è la riduzione alla semplicità intesa come banalizzazione. Io credo che un cittadino italiano, un cittadino umbro, abbia bisogno di risposte anche complesse se queste sono necessarie. La riduzione a spot televisivo o a spettacolo della politica mi sembra che sia funzionale solo se si ha un elettorato che ha intenzione di delegare molto al potere politico. Se si ha un elettorato che vuole capire e partecipare trovo la semplificazione una forma di rifiuto e di allontanamento del cittadino dalla politica. Io credo che il dibattito oggi debba seguire due livelli: uno generale e uno specifico locale. Provo a porre delle domande alle quali vorrei che mi venissero date delle risposte:
· la laicità: si può pensare ad un approccio laico o no nella risoluzione dei problemi?
· I diritti: si possono pensare progetti sui diritti civili e delle persone tipo Pacs o Dico?
· La partecipazione: il percorso di partecipazione dei cittadini alla vita politica passerà attraverso reali primarie aperte o si tratta di populistiche trovate preelettorali dove verranno proposti candidati blindati?
· La qualità della vita: la forma e lo sviluppo di una città o di una regione si devono pensare solo in base ai project financing con imprenditori privati, solo in base alle ditte edili che vogliono costruire in una zona piuttosto che in un’altra oppure si basa su un progetto ad esempio di città articolato che tanga conto della vivibilità di certe aree (il Broletto a Perugia è una bella opera di Rossi, ma di notte è uno spazio disabitato e spettrale), di uno sviluppo sostenibile?
· Cittadini stranieri: l’Umbria è la seconda regione italiana per presenza di ragazzi stranieri nelle scuole. Da questo dato si possono pensare delle reali ed effettive politiche di integrazione? E di conseguenza si può avviare seriamente un dibattito sulla cittadinanza italiana a cittadini stranieri?
Accanto a manifestazioni affermate e storiche come Umbria Jazz, il Festival di Spoleto e al Teatro Stabile dell’Umbria è possibile pensare dei contenitori stabili di progettualità che abbiano una maggiore radice nel presente e nel contemporaneo? Sono domande a cui si possono o si sanno dare risposte? Non vorrei che molti che hanno vantato l’adesione a grandi ideologie e grandi movimenti politici si siano convinti che la politica sia soltanto il logo di un partito. Io ancora credo che un partito debba essere un luogo della politica.
